La nostra impronta ecologica
La nostra impronta ecologica
L’impronta ecologica, concetto ideato dall’ecologo W. Rees nel 2000, può essere definita come l’area totale degli ecosistemi terrestri e acquatici richiesta per produrre le risorse che la popolazione umana consuma e assimilare i rifiuti che la popolazione stessa produce.
Questo metodo di lavoro misura il consumo delle risorse naturali da parte degli uomini e viene comparata con la capacità della natura di rinnovare queste risorse.
L’impronta di una città, o di una intera nazione è l’area totale di territorio richiesta per:
- produrre gli alimenti e i materiali tessili e fibrosi che consuma;
- assorbire i rifiuti dell’energia che consuma;
- fornire lo spazio per le infrastrutture e le abitazioni.
Nel 2001, l’Impronta Ecologica globale era di 13,5 miliardi di ettari globali, pari a 2,2 ettari globali pro-capite. Questa cifra superava, per difetto, la biocapacità globale di 0,4 ettari globali pro-capite. Questo sovrasfruttamento significa che consumiamo il capitale naturale a nostra disposizione più velocemente di quanto non si rigeneri.
L’impronta ecologica tenta di rispondere ad una domanda importantissima: quanta natura abbiamo a disposizione e quanta ne usiamo?
Se vogliamo vivere in maniera sostenibile dobbiamo essere sicuri che il nostro utilizzo di prodotti e processi essenziali della natura non sia più rapido del tempo che è loro necessario per rinnovarsi, e che il nostro scarico di rifiuti non sia più veloce del tempo che è loro necessario per essere assorbiti e metabolizzati ( se sono biodegradabili ).
(Fonte: M. Wackernagel, W. Rees, L’impronta ecologica: come ridurre l’impatto dell’uomo sulla Terra, Edizioni Ambiente, 2004.)
